Riccardo Muti e la fede (tratto da un’intervista su Avvenire)
L’esperienza del dolore in seguito al malore a Chicago, il fatto di scontrarsi con il limite ha cambiato il suo modo di guardare la vita?
No. Anche perché noi uomini del Sud nasciamo con un profondo senso della morte. Sin da bambini siamo immersi in un clima fatto di campane a lutto, di processioni del Venerdì Santo, di Visita ai Sepolcri, di marce funebri suonate dalle bande. I problemi di salute che ho avuto di recente mi hanno fatto toccare con mano quello che so da sempre, che siamo legati a un filo e che basta un nulla perché questo filo si spezzi.
Cosa l’ha sostenuta?
Il senso della speranza che mi hanno trasmesso i miei genitori educandomi nella fede cattolica. Sapere di una vita oltre la morte che, certo, ignoro come potrà essere, mi fa guardare con serenità al presente. Me lo ha insegnato la fede. E anche la musica perché quando dirigo un Requiem, di Mozart, di Cherubini o di Verdi, quelle note mi trasportano oltre, nella dimensione dello Spirito.
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